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Afghanistan

Nan, il pane afghano

500 g farina
150 ml yoghurt
150 ml latte tiepido
1uovo
2 ½ cucchiai di zucchero
2 cucchiai d’olio
40 g lievito
un po’ di sale

Versate il latte tiepido in una ciotola capiente e aggiungete il lievito e ½ cucchiaio di zucchero. Lasciate riposare l’impasto per 20 minuti in un luogo caldo. Poi aggiungete la farina con il sale e 2 cucchiai di zucchero e mescolate bene. Sbattete l’yogurt assieme all’uovo e aggiungetelo assieme all'olio nella ciotola. Ora dovete lavorare bene l’impasto per 10 minuti fino a quando non sarà morbido e liscio. Formate una palla con l'impasto e rimetterlo nella ciotola, spennellandolo d’olio. Lasciate poi riposare la palla d’impasto per circa 1 ora fino a quando si sarà raddoppiata. A quel punto potete riprendere l’impasto e lavorarlo per bene, dividerlo in 6 porzioni e coprirlo successivamente con un telo da cucina. Cospargete un po’ di farina sul vostro piano di lavoro e da ogni porzione d’impasto formate con il palmo una frittella. State attenti a lasciare il bordo un po’ più spesso del centro. In una padella antiaderente molto calda (a seconda del gusto potete aggiungerci del grasso oppure no), ponete l’impasto e lasciatelo rosolare da ogni lato finché formerà delle bolle. Il vostro nan a questo punto sarà pronto per essere servito.

Il gusto caratteristico del nan in realtà si ottiene solo grazie alla cottura sulla brace aperte nel apposito tandur, il forno da pane afghano.

Bangladesh

Inno bangladese

L'inno Bangladese in Italiano

Mio dorato Bengala
Ti amo.

Per sempre i tuoi cieli,
La tua aria, riempiono di armonia il
mio cuore
Come fosse un flauto.

In primavera, o madre mia,
La fragranza dei tuoi boschi di mango
Mi rende pazzo di gioia,
Ah, che emozione!

In autunno, o madre mia,
Nel pieno fiorire delle risaie
Ho visto ovunque il diffondersi di
dolci sorrisi.

Ah, che bellezza, che ombre,
Che affetto, e che tenerezza!
Che morbido tessuto hai steso
Ai piedi degli alberi di banyan
E lungo le rive dei fiumi!

O madre mia, le parole dalla tua bocca
Sono come nettare per le mie
orecchie.

Ah, che emozione!
Se la tristezza, o madre mia,
Getta un'ombra sul tuo viso,
I miei occhi si riempiono di lacrime!

Bosnia

“E misi me per l’alto mare aperto”

Quando si parla della cultura a Sarajevo oggi non si può prescindere dai racconti di quale fosse la situazione culturale durante la guerra. Molti ripensano con orgoglio alla Sarajevo assediata ricordando la viva e multiforme scena culturale e la vasta partecipazione della popolazione alla cosiddetta “resistenza culturale” della città. Molte iniziative, piccole e grandi sono nate a Sarajevo durante la guerra, e molte di esse persistono tuttora. Il rapporto tra guerra e cultura è vasto e complesso, ma su un aspetto ci potremmo soffermare, seppur brevemente. Perché dedicare del tempo alla cultura durante una guerra, e, soprattutto, quando?
Nihad Kresevljakovic, direttore del Teatro di Guerra di Sarajevo (SARTR), ci parla della guerra come di una fonte di ispirazione per la scena culturale, un’occasione di ricchezza da custodire per il futuro. Le parole di Nihad, pronunciate oggi, servono a dare un senso a quell’esperienza, suonano quasi come una terapia da adottare per ricordarsi di averci provato, a restare umani, e in molti casi di esserci riusciti. Ma in quattro anni di assedio, durante giornate il più delle volte scandite dai colpi dei mortai e dal tormento della fame, qual era il tempo di pensare alla cultura? In che momento Dževad Karahasan si sedeva per scrivere “Il centro del mondo”? Qual era il tempo in cui ci si poteva immaginare e organizzare uno spettacolo teatrale? Quale quello in cui farsi una risata?
Questa cultura, intesa come ogni aspetto della quotidianità perduta, è una realtà che fa male ricordare ma che bisogna provare a difendere. Immagino ognuno degli atti culturali compiuti in tali circostanze come una temporanea fuga dal determinismo imposto dalla guerra. Una breve sosta della vorticosa giostra della sopravvivenza. Interstizi sfuggiti casualmente alla potenza livellatrice degli eventi e usati per prendere aria e ricordarsi di sé. Nonostante la guerra.
In Se questo è un uomo, Primo Levi, racconta di quando tentò di insegnare l’italiano al suo compagno francese Jean. Durante il tratto di strada compiuto per andare alle cucine del campo a prendere la marmitta del pranzo, senza apparente ragione, gli viene in mente il canto di Ulisse di Dante. Levi si sforza di ricordare e tradurre il più possibile, e vuole che Jean capisca, perché ciò vorrebbe dire riuscire a spiegare sé stesso, la propria cultura, il proprio passato, e soprattutto la situazione che entrambi stanno vivendo in quel preciso istante. Una relativa quiete e un’ora di tempo per permettere alla sua cultura, alla forza di ricordare, di trovare lo spazio per manifestarsi. Uno spazio breve, da sfruttare al massimo, prima di venire di nuovo sommersi.
“Infin che ‘l mar fu sopra noi rinchiuso”

di Giulia Levi

Ricetta per la baklava

Baklava

Ingredienti per 8 porzioni

  • 400 g di pasta filo
  • 200 g burro sciolto
  • 500 noci sgusciate e frantumate
  • 120 g di zucchero

Per lo sciroppo

  •  1/2 limone
  •  300 g zucchero
  • 1 l. di acqua

 

Stendere due fogli di pasta filo su una teglia imburrata (di grandezza media, a bordi alti).
Cospargere di noci (mescolate a 120 g di zucchero) e coprire con altri due fogli di pasta filo.
Continuare così imburrando i fogli e cospargendo di noci finché non finisce tutto.
Alla fine coprire tutto  con gli ultimi due o tre fogli di pasta filo.
In seguito tagliare con molta cura a cubetti o a rombi ed mettere nel forno a 180 gradi, finché la superficie non diventa di un bel colore dorato.
Nel frattempo mettere a bollire dell’acqua con del limone tagliato a fettine e tutto lo zucchero e far bollire per circa 20-30 minuti a fuoco lento.
Versare lo sciroppo sopra la baklava e lasciarla riposare per almeno 10 ore.
Affinché la baklava risulti più compatta, alcuni lasciano riposare il dolce coperto da una teglia leggermente più piccola con appoggiato un peso.

Cina

夜思 yè sī Pensiero Notturno

床前明月光 Chuáng qián míng yuè guāng
疑是地上霜 Yí shì dì shàng shuāng
舉頭望明月 Jǔ tóu wàng míng yuè
低頭思故鄉 Dī tóu sī gù xiāng

Chiarore lunare davanti al mio letto
Come se per terra ci fosse brina
Sollevando il capo contemplo la luna
Chinando il capo penso al mio paese natio.

Saggezza cinese

Un viaggio di mille miglia comincia sempre dal primo passo.

Lao Zi

Iran

Storia iraniana

Siete interessati alla storia dell'Iran? In queste pagine scritte da Reza Sadr troverete tantissime informazioni a questo proposito.

Cliccate sul link per scaricare il documento in pdf: Storia Iraniana

 

I tappeti persiani

Se volete conoscere tutto sui tappeti persiani potete scaricare dal link sottostante un libro che ne svela ogni segreto

I TAPPETI PERSIANI di Reza Sadr

Mevlana Jalauddin Rumi, il poeta mistico più famoso del mondo Sufi è originario di Balkh, in Afghanista. Viaggiò per tutto l'ovest e gli ultimi anni della sua vita visse a Konya, in Turchia. Le sue poesie mistiche sono conosciute in tutto il mondo.

بشنو از نی Ascolta il Ney, tradotto in lingua italiana

Ascolta il ney , com'esso narra la sua storia,
com'esso triste lamenta la separazione:
Da quando mi strapparono dal canneto,
ha fatto piangere uomini e donne il mio dolce suono!
Un cuore voglio, un cuore dilaniato dal distacco dall'Amico,
che possa spiegargli la passione del desiderio d'Amore;
Perché chiunque rimanga lungi dall'Origine sua,
sempre ricerca il tempo in cui vi era unito.
Io in ogni assemblea ho pianto le mie note gementi
compagno sempre degli infelici e dei felici.
E tutti si illusero, ahimè, d'essermi amici,
e nessuno cercò nel mio cuore il segreto più profondo.
Eppure il segreto mio non è lontano, no, dal mio gemito:
sono gli occhi e gli orecchi che quella Luce non hanno!
Non è velato il corpo dall'anima, non è velata l'anima dal corpo:
pure l'anima a nessuno è permesso di vederla.
Fuoco è questo grido del ney, non vento;
e chi non l'ha, questo fuoco, ben merita di dissolversi in nulla!
E'il fuoco d'Amore ch'è caduto nel ney,
è il fervore d'Amore che ha invaso il vino mey).
Il ney è compagno fedele di chi fu strappato a un Amico;
ancora ci straziano il cuore le sue melodie.
Chi vide mai come il ney contravveleno e veleno?
Chi come il ney mai vide un confidente e un'amante?
Il ney ci narra d'un sentiero tutto rosso di sangue,
ci racconta le storie dell'amor di Majnun:
Solo a chi è fuori dai sensi questo senso ascoso è confidato
la lingua non ha altri clienti che l'orecchio.
Nel dolore, importuni ci furono i giorni,
i giorni presero per mano tormenti di fuoco;
Se i nostri giorni passarono, dì: Non li temo!
Ma Tu, Tu non passare via da Noi, Tu che sei di tutti il più puro!
Ma lo stato di chi è maturo nessun acerbo comprende;
breve sia dunque il mio dire. Addio!

Poesia di Saadi Shirazi

بنی آدم اعضای یک پیکرن
که در آفرينش ز یک گوهرند
چو عضوى به درد آورد روزگار
دگر عضوها را نماند قرار
تو کز محنت دیگران بی غمی
نشاید که نامت نهند آدمی

I figli di Adamo sono dalle origini gli uni con gli altri
come i membri di un’anima sola, di una stessa essenza.
Se un membro è raggiunto dal dolore
gli altri membri non rimangono sereni.
Se il dolore degli altri ti lascia indifferente
è impensabile che tu possa chiamare te stesso essere umano.